e ringraziamenti a Mons. Antonio Suetta
(Quos Deus perdere vult, dementat prius)
Con stucchevole reiterazione assistiamo anche quest’anno alle esibizioni degli adepti di una setta variopinta che vilipende scientemente la fede e ogni principio di ragione.
Ormai consapevoli che la finestra di Overton è ridefinita con l’obbligatorietà dell’inaccettabile, sono previste circa 40 sfilate e, in almeno 60 città italiane, queste manifestazioni sono appoggiate dai Vescovi in persona promuovendo veglie di preghiera, acquisendo così un salto di qualità.
Una tra le tante – significativa di tutte – di cui veniamo a conoscenza grazie al pregevole sito LifeSiteNews –, è di Mons. Vincenzo Viva, il quale – durante la veglia indetta per il superamento dell’“omotransfobia” nella diocesi suburbicaria di Albano – ha promosso non solo l’accoglienza dei fedeli omosessuali senza alcuna distinzione tra coloro che provano solo attrazione per persone dello stesso sesso, che intrattengono relazioni omosessuali o si identificano come “transgender”, ma anche la “piena integrazione” dei cattolici che si identificano come “LGBTQ+”, affinché siano pienamente riconosciuti nella Chiesa per quello che sono.
Il tutto senza alcun invito alla conversione che, si direbbe: questo sconosciuto.
Siamo quindi di fronte a presuli di una Chiesa che vuole autodefinirsi più inclusiva nel solco del “Sinodo sulla sinodalità” (inaugurato da papa Francesco e proseguito sotto l’attuale Pontefice) e nel solco della relazione pro-LGBT del Gruppo di Studio sinodale 9 che suggeriva che l’attività omosessuale non sia peccaminosa, esibendo la testimonianza di amici del sacerdote attivista LGBTQ+ padre James Martin.
Questi Vescovi, quindi, non si limitano più ad esprimere il consenso, ma offrono un esplicito patrocinio all’interno di cattedrali e chiese. Sono forse smaniosi di riposizionarsi agli occhi del nuovo pontificato, che – purtroppo – non ha impedito l’oltraggio di San Pietro, permettendo l’ossimorico “Giubileo LGBTQ+” con l’ingresso in basilica di “coppie omosessuali” con frasi e abbigliamenti osceni e dissacranti.
Ci rivolgiamo dunque a tali presuli ribadendo ancora una volta i diritti dei fedeli per la cui difesa è nata Iustitia in Veritate, esprimendo consapevolmente la libera manifestazione del pensiero garantita dal Can. 212 §3 del codice di diritto canonico: “I fedeli hanno il diritto (e a volte il dovere) di manifestare ai pastori sacri il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa, e di renderlo noto agli altri fedeli”.
Diritto che rivendichiamo connesso con quello sancito dal successivo Can. 213, per cui osiamo richiamarli a ciò che unicamente deve essere a cuore di chi ha l’immenso compito di guidarli: “I fedeli hanno il diritto di ricevere dai pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa, specialmente la Parola di Dio e i Sacramenti”.
Denunciamo, quindi, l’offesa che scaturisce dalle azioni di tale tipologia di zucchetti viola e, con l’occasione, osserviamo anche l’immensa ipocrisia verso la FSSPX che si accinge a consacrare nuovi Vescovi, i quali quantomeno non si posizioneranno contro ciò che la Chiesa dice da sempre rispetto ai colori dell’arcobaleno. Se l’errore è errore va sempre combattuto, sia per chi è etichettato come “tradizionalista” sia verso chi si identifica nel polo cosiddetto “progressista”.
Il salto di qualità di una cospicua parte degli odierni Monsignori italiani, quindi, non riguarda più solo il consenso implicito sotto forma di silenzio-assenso o di tolleranza, ma si colloca nel pieno sviluppo di quella cd evoluzione pastorale generata daFiducia supplicans (2023), che procede indisturbata mistificando la vera vicinanza e carità dovuta a tutti e, soprattutto, scimmiottando linguaggi e modelli culturali altrui – dunque a rimorchio e in ritardo – i cui padrini ideologici possono cantare vittoria per l’ingaggio di tonache viola forse inconsapevoli del loro tragico errore.
Una triste incapacità di giudizio, infatti, non fa riconosce il palese fallimento pastorale nel rincorrere agende contrarie alla fede, e alimenta solo la preoccupazione per il calo dell’8/1000, senza chiedersi tuttavia il perché di una insignificanza rispetto alle agenzie culturali del “mondo”, drammaticamente evidenziando quasi un voluto abbandono di Dio e plastificando la locuzione: “Quos Deus perdere vult, dementat prius”.
La perdita della ragione è nella volontà di andare contro ciò che la Chiesa cattolica esprime da sempre nel Catechismo, affermando l’intrinseco disordine dell’attività omosessuale, che le persone omosessuali – il cui orientamento non è in sé considerato peccaminoso – sono anch’essi chiamati alla castità, e a non commettere atti contrari alla legge naturale perché, senza il pentimento attraverso il sacramento della Confessione, si è in pericolo di dannazione eterna.
Ed è anche nel non riconoscere che Dio ci ha creati maschio o femmina con l’impronta immutabile del sesso che distingue l’uomo e la donna “non solo a livello fisico, ma anche a livello psicologico e spirituale, imprimendo il suo segno su ciascuna delle loro espressioni”, dimenticando ciò contro cui lo stesso documento vaticano Persona Humana già nel 1975 metteva in guardia, affermando che “non può esserci vera promozione della dignità dell’uomo se non si rispetta l’ordine essenziale della sua natura”.
Così, avendo perso la ragione in ogni parte della penisola, sotto l’egida delle parole vuote del cd cammino sinodale “Lievito di Pace e di Speranza” e cercando di fornire una veste teologica a ciò che non può averne, imperversa questa grottesca gara tra Vescovi più o meno anonimi per lo sdoganamento edulcorato del male – perché tale è –, ovvero la distruzione della natura dell’uomo e della donna perpetrata con l’ipocrita veste dell’accoglienza del diverso e della non discriminazione.
Questi “Pastori” che agiscono indisturbati, avallati sicuramente dal silenzio se non addirittura sostenuti dall’attuale presidenza CEI, operano invece contro la dottrina della Chiesa e, violandone i diritti, feriscono nel profondo il cuore dei fedeli verso cui non guardano più, obnubilati dal colore arcobaleno e interessati ad allinearsi nell’accettazione di schemi culturali – autodistruttivi per la Chiesa stessa e la società – di cui non si accorgono di essere schiavi.
Questa ferita è, dunque, un dolore che Iustitia in Veritate fa proprio unendosi a quello espresso dall’unico Vescovo che ha avuto il coraggio di riaffermare la verità, e non il cedimento della gran parte dei suoi confratelli, indaffarati, con il sigillo di una falsa ecumenicità, a sostenere ciò che può solo definirsi un attacco al cuore dei fedeli.
Ci rivolgiamo, pertanto, a questi Vescovi che probabilmente cercano la visibilità persa ammiccando ad ideologie e simboli del mondo, per invitarli a preoccuparsi del coraggio dell’annuncio delle verità di fede fino al martirio.
Che testimonianza può esserci, infatti, nella perdita del senso dalla propria missione, confondendo l’essere Pastori con la promozione di incontri che avallano l’errore, e non veglie di riparazione?
Dando infatti per scontato che neanche si capisca più la scelta dissacrante di tali manifestazioni proprio nei mesi dedicati alla Madonna e al Sacro Cuore di Gesù, è drammatico lo smarrimento del loro ruolo; ma lo è di più perché non è incolpevole, non potendo immaginare che non si capisca come sposare la propaganda LGBTQ+ non è altro che aprire il cancello che custodisce il gregge a lupi famelici di anime e di corpo.
Di anime perché appoggiare l’ideologia gender non è includere la persona che ha smarrito la propria identità, ma avallare il suo errore accompagnandola alla perdizione eterna.
Di corpo perché, pur sapendo che le mutilazioni e la sterilizzazione per schiavizzarsi in tale ideologia sono contrarie alla legge morale, questa accettazione distrugge ciò che è tempio di Dio, snaturandolo nella sua verità con la forzatura di percorsi che aggrediscono il corpo e l’anima deturpando il capolavoro del creato: cioè l’uomo e la donna nella loro distinta identità biologica e funzione naturale.
Non accorgersi che sposare simboli, celebrazioni e “vittorie” contronatura è inconciliabile con la bellezza della creazione, è anche violenza alla fede di tutti i credenti che hanno il diritto di essere guidati da veri Pastori, ma pure verso coloro che hanno solo bisogno di essere ricondotti alla verità – che è la prima carità da donare – per ritrovare la loro natura e identità smarrite.
Che ci si illuda di condurre all’ovile i dispersi accettando di far sbranare dai lupi il gregge lasciato incustodito è frutto solo dell’incapacità di guardare il reale o, peggio ancora, scelta scellerata di seguire il male, che è smarrimento, da cui consegue solo la succitata demenza.
Ringraziamo, invece, Mons. Suetta che ci conferma ancora una volta nella fede, e preghiamo per la conversione di tutti quei Vescovi che – ci auguriamo – agiscono inconsapevolmente, affinché recuperino il senso di chi sono per vocazione e aiutino noi tutti a non perderci con loro.
Iustitia in Veritate
Milano,23 maggio 2026

2 risposte su “<strong>APPELLO AI VESCOVI ARCOBALENO</strong>”
Concordo con quanto scritto, se vogliamo uscire da questa situazione dobbiamo ritornare a quanto la Chiesa ha professato per duemila anni, abbandonare il nuovo corso sinodale pieno di eresie ei seguire i buoni Pastori che ancora ci sono pregando affinché i cattivi Pastori ritornino sulla strada della Verità.
Sia lodato Gesù Cristo
Periodicamente l’umanità perde la bussola e si illude di poter ergersi a giudice del bene e del male in autonomia e il risultato non è il paradiso in terra ma è l’inferno che si materializza