Ci sono diversi argomenti, nel nostro mondo attuale, che vengono trattati con un metodo che non può essere definito storico: quello più emblematico è il numero degli ebrei morti nei campi di concentramento nazisti. Tale fatto storico è stato elevato a mito ideologico: è stato definito “Olocausto”, “lo sterminio di tutto il popolo ebraico”, “la sofferenza più grande che mai sia stata provata nella storia”, e così via.
Di conseguenza tale fatto è stato considerato troppo grave e importante per essere soggetto all’analisi storica documentata ed ha assunto una “sacralità” che lo rende indiscutibile, quasi fosse un dogma di fede. Per tale ragione nei confronti di coloro che lo osano mettere in discussione, anche solo parzialmente, vige una censura totale, resa talvolta legale da organi legislativi nazionali tramite il reato di “negazionismo”.
Lo stesso Parlamento italiano ha approvato una legge, la 115 del 2016, che stabilisce come “circostanza aggravante” di un altro reato (discriminazione razziale ed altri) le “affermazioni negazioniste”. Si badi bene, in Italia il negazionismo non è un reato autonomo, bensì una circostanza aggravante di un altro reato. Ma dai mezzi di comunicazione di massa viene fornita un’ “interpretazione estensiva” che determina l’immediata gogna mediatica del malcapitato, anche solo per un accenno di critica.
Ora cercheremo invece di esaminare il fatto con metodo storico e non ideologico-politico. Ci chiediamo perciò: quale fu il numero esatto degli ebrei che morirono nei lager tedeschi? Ovviamente, per quanto si faccia, non si può che arrivare ad approssimazioni, che però non dovrebbero essere esagerate: per esempio, se il numero degli ebrei presenti in Germania e in tutti i territori occupati dai tedeschi non arrivava neanche a sei milioni, non possiamo sostenere che i tedeschi ne volesse eliminare dodici milioni, nella Conferenza di Wannsee, come qualcuno ha fatto.
Ma cominciamo ad analizzare le fonti: l’Enciclopedia Ebraica, dichiara come totale di morti ebrei nei campi di concentramento nazisti il numero di 5.820.960. L’Enciclopedia ebraica però è una fonte “di parte”, che non può essere considerata particolarmente attendibile; tale numero, per essere veramente valido dal punto di vista storico, dovrebbe essere confermato da altre fonti, diciamo così, più “neutre”. Almeno da un’altra fonte, direi. Anche perché questa cifra è quella che legittimerebbe il numero di 6.000.000 che viene ossessivamente ripetuto come dato incontrovertibile dalla “narrazione dominante” e sulla quale si basano anche i risarcimenti astronomici alla Germania e all’Austria chiesti dalle organizzazioni ebraiche.
Bisogna poi aggiungere che già alla fine della Seconda guerra mondiale esistevano statistiche accurate sul numero degli ebrei presenti in Europa sia prima che dopo la guerra e sui loro spostamenti all’estero, negli Stati Uniti, in Israele e in Unione Sovietica. A tale proposito una fonte più attendibile è rappresentata dal libro del Senato Americano “A Report of the Committee on the Judiciary of the United States Senate”, che riporta il numero di ebrei nel mondo nel 1940 a 15,319,359 (Appendice N°VII, “Statistiche sull’Affiliazione Religiosa”). Secondo la stessa fonte, il numero di Ebrei nel mondo nel 1959 era di 15.713.638.
Se lo studio statistico del Senato Americano fosse corretto la popolazione ebraica non sarebbe diminuita durante la guerra, ma avrebbe subito un lieve incremento. E come sarebbe giustificato il numero così alto di morti (appunto i 6 milioni) in un periodo relativamente breve (tre anni e tre mesi, dall’inizio del 1942 alla metà del 1945)?
L’Annuario Mondiale (“World Almanac”) censisce, nel 1938, 15.688.259 ebrei, in tutto il mondo. Questo dato è fornito al “World Almanac” dall’ “American Jewish Committee” (Comitato Ebreo Americano) e, altresì, dal “Jewish Statistical Bureau of the Synagogues of America”.
Secondo un articolo apparso nel “New York Times” del 22 febbraio 1948, firmato dal Mr. Hanson W. Baldwin, esperto di questioni demografiche del giornale, gli ebrei esistenti in tutto il mondo in quel momento storico erano valutati tra i 15.600.000 e i 18.700.000. Va aggiunto che il direttore e proprietario del giornale era l’ebreo Arthur Sulzberger, sostenitore del Sionismo.
Ma allora da dove proviene la cifra di 6 milioni, che si afferma provata da studi scientifici, peraltro mai citati? Essa diventa “ufficiale” quando Wilhelm Hoettl, durante il processo di Norimberga, presenta una deposizione scritta nella quale afferma che Adolf Eichmann avrebbe esultato di gioia alla notizia che 6 milioni di ebrei erano stati sterminati.
Tale testimonianza non fu resa davanti ai giudici, ma fu assunta dalla Corte, peraltro senza che la difesa potesse esaminare il teste. Sarà un caso, ma Hoettl, malgrado fosse stato un membro delle SS e quindi non certo un santerellino, dopo la sua dichiarazione fu rilasciato e cominciò a lavorare come agente per la CIA.
Nel 2001 la CIA rese pubblica la cartella su Hoettl, dal titolo “Analysis of the Name File of Wilhelm Hoettl” di circa 600 pagine. In tale documento Höttl viene descritto come una fonte poco attendibile, in quanto forniva informazioni a chiunque lo avesse pagato.
Nel 1983 Walter Sanning, ha pubblicato uno studio statistico – “The dissolution of Eastern European Jewry” (La dissoluzione dell’ebraismo est europeo) – sui trasferimenti degli ebrei dell’Europa dell’Est, dal quale risulta che moltissimi ebrei sono emigrati, durante la guerra e dopo, in Israele, negli Stati Uniti d’America, in Cina, in Sud America. A quelli che si erano trasferiti all’est, scappando dai tedeschi, i sovietici non consentirono di ritornare all’ovest. In conclusione, afferma Sanning, gli ebrei che avrebbero potuto essere sterminati dai nazionalsocialisti erano 3/400.000. Tutti gli altri ebrei morirono, ma sopravvissero alla guerra.
A conferma di ciò Nahum Goldmann, per molti anni presidente del Congresso mondiale ebraico, scrive: “Nel 1945 c’erano circa 600.000 ebrei sopravvissuti nei campi di concentramento che nessun paese voleva accogliere”: Das jüdische Paradox (Europaische Verlagsantstalt, 1976, p. 263).
Lo storico dovrebbe chiedersi: se i nazisti avessero voluto sterminare completamente gli ebrei e quindi li avessero uccisi appena arrivati nei campi di concentramento, come mai 600.000 di essi hanno potuto sopravvivere? Fra la conferenza di Wannsee, nella quale la “vulgata dominante” dice sia stato deciso lo sterminio, e la fine della guerra, i tedeschi avevano avuto tre anni e tre mesi per compiere la loro opera.
Quello che lascia però più perplessi è l’atteggiamento dei grandi mezzi di comunicazione verso gli storici che approfondiscono le questioni relative all’Olocausto: essi vengono bollati a priori come “negazionisti” e non vi è, a livello mediatico, alcun dibattito serio: Persone del calibro di David Irving, di Paul Rassinier, Robert Faurisson e altri, sono stati perseguitati per le loro idee riguardo fatti storici e in alcuni casi addirittura incarcerati.
D’altronde un sistema che censura delle ricerche scientifiche dimostra di essere totalitario esattamente come il sistema che dice di criticare, anche se utilizza modalità diverse (il licenziamento e il carcere invece della ghigliottina).
E che dire della dichiarazione di Moshe Davis, nella Conferenza del 23 ottobre 1977 tenutasi alla Northwestern University of Chicago, sul tema “Il popolo ebraico nel periodo successivo allo sterminio”:
“Non si può fare affidamento sulla memoria, che con il tempo si affievolisce. Lo sterminio di sei milioni di ebrei deve diventare una convinzione. Deve essere inserito nei programmi scolastici di tutti i paesi della civiltà occidentale. Bisogna agire sulla memoria collettiva.”
Benvenuto Piscopo
