L’uso degli strumenti normativi, in particolare quelli di urgenza, insieme all’eccentrico uso del potere giurisdizionale, hanno sospinto l’ordinamento giuridico-politico italiano in una situazione critica. Molti commentatori hanno rilevato che l’emergenza sanitaria ha determinato uno stato di eccezione permanente, facendo saltare le più elementari garanzie costituzionali. A ben guardare, però, la crisi non riguarda solo il livello di chiusura dell’ordinamento, ma l’intero diritto vigente in Italia e, con esso, le istituzioni politiche. L’alterazione è talmente profonda, che l’intero ordinamento sembra inclinato verso la dissoluzione; il malato sembra in stato preterminale. Il tempo si riserva, come al solito, il suo verdetto.
C’è, però, un punto su cui fermarsi. Come è stato possibile un degrado così rapido e perché i meccanismi di controllo e tutela di cui il sistema è dotato, non stanno funzionando? Mi limito ad un aspetto di filosofia del diritto e della politica. L’uso degli atti di normazione di urgenza ha finito per travalicare i presupposti che li legittimano. Non entro nel dettaglio degli abusi e delle violazioni compiute, lasciandoli ai dotti di diritto costituzionale ed amministrativo. Ciò che è rilevante, è l’aver introdotto disposizioni normative ignorando l’esistenza stessa di un ordinamento giuridico, con la sua storia e la sua logica. Il normatore emergenziale ha fatto ricorso a istituti normativi, rispettandone all’ingrosso i meccanismi, per imporre norme fuori da qualsiasi contesto giuridico, sia di forma e procedura che di contenuto. Basti pensare all’uso di atti amministrativi che sono situati all’ordine più basso delle fonti normative, per sospendere, disciplinare o riscrivere situazioni giuridiche e tutele di rango costituzionale o inter- e sovranazionale. Lo stesso dicasi per la decretazione d’urgenza adottata ignorandone modalità e presupposti. In tal modo, la componente procedurale, che non va mitizzata ma riveste comunque un ruolo fondamentale negli ordinamenti fondati sui principi elementari della civiltà giuridica ed alla forma di governo democratica, ne è uscita del tutto dissociata dai contenuti giuridici e politici, azzerando l’intero arco assiologico, etico giuridico, della nostra convivenza civile. Basti pensare che il principio di legalità, per cui è libero tutto ciò che non è espressamente vietato, si è capovolto per cui ogni più piccola azione è ormai disciplinata e sottoposta all’autorizzazione del sistema.
Uno dei passaggi decisivi di tale imbarbarimento è consistito nell’iniezione, nel sistema giuridico, di atomi e catene di atomi normativi che possono essere chiamati, si perdoni il neologismo, stilettate di neo-normazione. Volontà estranee all’ordinamento, di per sé irricevibili da esso, hanno contenuto immediata efficacia, garantita da meccanismi sanzionatori e repressivi, rafforzati per di più da una modalità di controllo sociale intessuta di paura, sospetto, allontanamento degli uni dagli altri e così via. Atomi e catene di neo–normazione hanno iniziato a moltiplicarsi secondo una logica operativa loro propria, direi autistica, innescando la produzione di sacche ordinamentali stagne e autoreferenziali. Si pensi agli infiniti problemi creati sul lavoro, nel più totale disprezzo di ogni normativa e degli importanti diritti in materia. Si pensi alla violazione dei più elementari di diritti di spostamento; si pensi, ora, alla violazione di quella sfera di intimità che, in ogni caso, anche la semplice borsa della spesa.
La neo-normazione va compresa in stretta analogia con le neoplasie o neoformazioni in ambito medico. Il riferimento cui guardare sono le malattie tumorali ed il cancro. L’attuale neo-normazione è l’equivalente di una cellula cancerosa, cellula che impazzisce ed inizia a moltiplicarsi in maniera disordinata, alimentandosi dell’organismo che sta distruggendo e, alla fine, lo porta alla morte. Parimenti tali pseudonorme, piantate dalle martellate del potere nel delicato ed estremamente complesso tessuto dell’ordinamento giuridico, producono tumori normativi, spesso cancerosi perché si diramano e riproducono nella maniera più subdola ed incontrollabile, che crescono su se stessi e conducono la convivenza civile, e la sua intelaiatura giuridica, alla morte. La neo-normazione diffonde inevitabilmente metastasi e, oltre un certo limite, diviene incontrollabile.
Tale dinamica stravolge anche il comune senso del diritto, mortificato dalla pressione del controllo e dai tranelli del sospetto e della delazione. Il modo di pensare che capovolge i caposaldi del diritto, diviene il giocattolo di tutti gli psicopatici e i sociopatici che riescono a manovrare anche la più infinitesima leva di potere. Tutto ciò crea sofferenze indicibili, come d’altronde il cancro e i tumori. Come il cancro sono ordinariamente inestirpabili e alla fine uccidono sia il diritto che la società.
È il trionfo del nichilismo giuridico.
Come resistere? Come opporsi? Innanzitutto occorre rompere dentro ciascuno di noi i cortocircuiti della neo-normazione, sia dal lato con cui ci schiaccia, sia da quello per cui possiamo facilmente diventare suoi complici e amplificatori. Occorre, insieme, ristabilire relazioni in cui il rispetto reciproco e l’equilibrio della giustizia non siano un richiamo astratto, ma diventino forma di vita e ciò quanto più la violenza neo-normativa ci causa sofferenze e privazioni. La civiltà del diritto nasce dal retto e generoso esercizio della nostra essenziale socialità. Ciò accomuna tutti gli uomini di buona volontà. La sfida è enorme e non può essere accettata e fronteggiata senza l’aiuto del Nostro Creatore e Redentore. Cha Lui sia ogni onore e gloria.
Dionigi
